L’iPad e la “rivoluzione” ancora da fare | Editoriale

Gli ultimi risultati fiscali di Apple siglano il terzo anno di vendite trimestrali in declino per l’iPad: il prodotto “magico” e “rivoluzionario”, lanciato ad inizio 2010, cresciuto a ritmi serrati nel 2012, nel suo climax a cavallo tra il 2013 e il 2014, è ormai in continua discesa, trimestre dopo trimestre, sia di vendite, che di interesse da parte del pubblico. Ad accompagnarlo nel suo lento declino è tutto il mercato tablet che gli ruota attorno.

È finita così l’era dell’iPad? Annunciata solennemente da Steve Jobs come l’ “era post-PC”, ovvero l’era in cui tablet sarebbe diventato sinonimo di personal computer? Finita così come è finita l’era dell'iPod, dopo che il suo compito l’ha portato a casa: rivoluzionare il modo di ascoltar musica e tutto il mercato che gli ruota attorno? Niente affatto. La “rivoluzione” l’iPad non l’ha mai fatta. Almeno finora.

Magari siamo stati accecati dai grandi numeri portati a casa da Apple negli scorsi anni: nel primo anno di vendite, furono venduti 19 milioni di iPad, dopo due anni si arrivò a 67, e nel frattempo scompariva un quarto del mercato PC, mettendo in difficoltà aziende come Dell e HP. Il “sorpassone” che avrebbe avverato il vaticinio di Steve Jobs sarebbe dovuto avvenire nel 2015: Gartner previde 320 milioni di tablet venduti nel 2015, contro 316 PC (desktop e laptop). Già sei mesi dopo, corresse il tiro, drasticamente: 233 per i tablet, 321 per i PC. Le cose in realtà andarono ancora peggio, per entrambi: nel 2015 furono venduti 206 milioni tablet (un quarto erano iPad), contro 276 milioni di PC. Da lì, i tablet, con l’iPad in testa, iniziarono il loro lento declino, così come i PC. Abbiamo smesso di utilizzare e comprare dispositivi elettronici? Niente affatto. Si sono messi di mezzo i phablet.


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